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L’ordine regna in Medio Oriente

Dieci anni fa i siriani protestavano a Daraa contro la detenzione e la tortura di adolescenti arrestati per aver dipinto graffiti anti-regime. Dieci anni dopo, la rivolta popolare, sfociata in una guerra civile con l’intervento delle milizie dell’Isis, stata soffocata nel sangue e Assad governa un Paese in rovina.

Al di là delle centinaia di migliaia di morti e centinaia di migliaia di dispersi, quanti siriani hanno visto le loro vite e i loro sogni divorati dal regime negli ultimi dieci anni? Quanti decenni ci vorranno ai siriani per riprendersi da questo dramma senza fine che per un tempo ha posto il loro Paese nel cuore (geopolitico) del pianeta, ma che ha finito per convincerli che tutta la loro sofferenza era inutile agli occhi del resto del mondo?“, si domanda Anthony Samrani, in un articolo dal titolo “Viaggio al fondo della disumanizzazione” pubblicato sull’Orient-Le jour di Beirut.

Molti organi di informazione hanno ricordato questo triste decennale. In questo numero del Dialogo approfondiamo il tema della guerra in Siria, che ha molti responsabili e nessun innocente nelle leadership di quel martoriato Paese e in molti altri nella regione.
Parliamo degli esseri umani che soffrono, siano essi rifugiati, esiliati o quei siriani desiderosi di giustizia.
Vi parleremo anche di ciò che ha permesso a Bashar al-Assad di restare al potere, delle ragioni del fallimento della rivolta, dei punti deboli o degli errori delle opposizioni. Vi parleremo anche degli alleati di Assad, dai Russi agli Hezbollah libanesi, che hanno avuto un impatto importante su questo conflitto a sostegno del regime.

Intanto il rumore delle bombe, il suono delle sirene, il sibilo de razzi sono il concerto purtroppo solito in quella parte di terra che chiamiamo il Vicino Oriente. Basti pensare agli undici violentissimi giorni di confronto fa Gaza e Israele. Lo stesso Giuliano Ferrara, intelligente e granitico difensore delle ragioni dello Stato ebraico, ha per  notato sul Foglio che Israele “stende la sua rete di sicurezza sempre con gli stessi metodi, incontra sempre gli stessi inciampi, non risolve la questione territoriale, non la questione strategica, non la definizione di qualcosa che sia anche solo pallidamente simile al concetto di vittoria e pacificazione“.

E parla di “un filo smarrito” da Israele, quel filo che sembrava mettere la “forza al servizio della costruzione politica e della persuasione morale sulla possibilità di una pacificazione durevole, di una tregua organica, produttiva di prospettive e protetta. Ora quel filo sembra smarrito, e prevale una strana spavalderia nel mezzo di un naufragio, mentre si fa avanti l’osceno contemporaneo, cioè l’idea che l’affermazione patriottica sionista di un focolare nazionale per gli ebrei sia un’impresa di tipo coloniale”.

Paolo Girola